FRANCIA – Bretagna Normandia

Ancora una spasmodica attesa, e arriva finalmente il 4 agosto, il giorno della partenza. Evito di narrare le vicissitudini dovute ad un imprevisto, che ci fa’ partire solo nel primo pomeriggio. Partire così tardi però non ti permette una prima tappa particolarmente lunga, per cui facciamo sosta per cenare e dormire a Susa. Turismo solidale; siamo in pieno periodo di tafferugli per la TAV. La cittadina è carina e la sua cornice di montagne è spettacolare.
Susa
Ripartiamo al mattino seguente. Facciamo il traforo del Frejus e mi incavolo per il prezzo: costa carissimo! Anche l’anno scorso ho fatto il traforo del Monte Bianco per rientrare dall’Olanda mentre avevo fatto il Gran San Bernardo all’andata. Giuro che al ritorno non mi fregano più, e poi le strade di montagna sono sempre spettacolari. Infatti al ritorno abbiamo fatto il passo del Moncenisio. Decido di continuare in autostrada finché durano le montagne, aspettando di trovare quelle favolose statali di campagna e di collina che  rendono molto piacevole il viaggiare slow drive in Francia. Solo che così arriviamo praticamente a Lione: decidiamo di restare ancora in autostrada per aggirare la città. Finalmente usciamo e puntiamo verso il centro della Francia. Cominciano finalmente quelle strade che tanto mi piacciono. E iniziano anche le cose da vedere. Ci imbattiamo infatti in un grazioso paesino, La Clayette, con uno stupendo castello circondato da tanta acqua e con un grande parco. Il castello però è privato per cui niente visita, facciamo solo qualche foto. Bene, sono comunque contento.
La Clayette
Ci rimettiamo in strada, ma… Sembra proprio destino, inizia a piovere. Mettiamo le tute antipioggia e ripartiamo. Durante quest’ultima fermata decidiamo il percorso da fare, un centinaio di chilometri, prima di fermarci a cercare alloggio. Arrivati ad un bivio (le strade francesi sono segnate sempre da sigle, per cui è più difficile sbagliare strada) dobbiamo svoltare a sinistra, ma vedo un… muro d’acqua di lì a 200 metri. Non c’è scelta, andiamo. Entriamo nel muro di pioggia intensissima e vediamo macchine davanti a noi che accostano e si fermano. Perché? Boh… Elisabetta vede un riparo; è l’ingresso riparato di un ristorante che è chiuso da tempo. Ci fermiamo anche noi e ci cacciamo dentro a quel piccolo riparo. E’ vero che siamo vestiti da pioggia, ma è anche vero che con quel diluvio non si vede quasi nulla. Attendiamo per un 25 minuti / mezz’ora e la pioggia finalmente rallenta. Risaliamo in moto. E proprio mentre risalgo comincio a capire la situazione. Quando ci siamo fermati non l’avevo visto, ma ora lo vedo: un cartello con scritto: CHAUSSEE INONDABLE. E poche centinaia di metri dopo la vedo, la sede stradale inondabile… inondata; ecco perché quelle macchine ferme. Abbiamo davanti automobili come barche che procedono a passo d’uomo con l’acqua alta, gialla di fango, alta anche 40-50 centimetri. Alziamo i piedi, altrimenti li abbiamo proprio a bagno. In questa posizione non posso stare tutto quel tempo, per cui accelero e sorpasso le auto alzando uno spruzzo altissimo e raggiungendo la ‘sponda’ opposta. Temo che la moto, in mezzo a tutta quell’acqua, gravata da oltre 100.000 km, manifesti dei problemi, invece non fa’ una piega. Infine la pioggia rallenta ancora e arriviamo a Charolles col cielo quasi azzurro. Niente di speciale, questa cittadina: la solita, anche se bella, cattedrale gotica, una rocca con antiche mura e qualche canale. Ceniamo all’aperto, ma sarà l’unica volta.
Charolles
L’indomani, sabato 6, ripartiamo sotto un cielo grigio, ma dopo quattro chilometri ci fermiamo a mettere le tute, perché vediamo che stiamo andando dove il cielo è molto più scuro. Infatti, nemmeno tre chilometri, e inizia a piovere. E sotto la pioggia seguiamo per Digoin, Moulins, Bourges, Vierzon, Angers. Acqua, acqua, acqua. Dalle parti di Vierzon, un caritatevole ristoratore ci permette di invadere una sala interna con tutta la nostra attrezzatura gocciolante per poter pranzare. Acqua, acqua, acqua… Noto una cosa curiosa, nonostante la pioggia. Mentre gli olandesi vanno in vacanza con la roulotte disdegnando il camper, gli italiani vanno in vacanza in camper, disdegnando la roulotte. E i francesi? I francesi vanno in vacanza in campeggio, e la maggior parte di essi si traina il carrello attaccato alla macchina. Paese che vai… Siamo già oltre metà pomeriggio, abbiamo passato Angers e stiamo puntando su Nantes; le nostre scarpe da trekking, come immaginavo, non possono tenere l’acqua così tanto: infatti quando scendiamo, ad ogni passo sentiamo che emettono lo stesso rumore che emettono gli stracci fradici quando li si strizza. Anche il morale non è tanto alto. Decidiamo di uscire dall’autostrada per cercare alloggio. Eh, si, purtroppo devo viaggiare in autostrada, perché con questo tempo è meglio macinare chilometri in maggiore sicurezza, tanto il paesaggio chi lo vede? La scelta di uscire in quel punto si rivela disastrosa. Non c’è niente di niente: pochi rari paesi desolati senza nemmeno un bar. Riprendiamo l’autostrada ancora in direzione Nantes, per uscire nuovamente dopo una ventina di chilometri. Altro paese senza niente. Elisabetta, che non spiccica una parola di francese, decide di entrare da sola in una boulangerie, l’unico negozio esistente e persino aperto, per chiedere dove trovare hotel. Non so come faccia, ma esce decisa e mi guida. E via per una strada che porta verso l’ignoto. I cartelli stradali sembrano indicare una località forse turistica. Quando arriviamo a Champtoceaux, nella piazza principale, a fianco dell’ennesima chiesa gotica, vediamo quello che ci sembra un miraggio: Hotel ! Sono quasi le otto e un po’ di preoccupazione, dopo oltre 500 chilometri sotto l’acqua, cominciava a serpeggiare nei nostri animi. Entra ancora lei ed esce con la buona novella: hanno posto! L’albergatrice rimane un po’ interdetta per il nostro arrivo un po’ impetuoso e… bagnato, ma capisce che non siamo barbari quando Elisabetta, rimasta immobile sullo zerbino di ingresso dell’hotel, chiede uno straccio per asciugare le valigie della moto prima di inondarle l’albergo. C’è anche il ristorante, quindi soprassediamo alla regola aurea che dice: mai cenare nel ristorante dell’albergo dove dormi. Dopo tutta quella strada sotto l’acqua, risalire in moto per cercare un ristorante… beh, chissà perché non ce la sentiamo… E il ristorante, per fortuna, non è male. Infine torniamo in camera soprattutto per vedere in TV le previsioni meteo, che sentenziano: domani mattina così così, pomeriggio pioggia. Andiamo bene! Che fare? Decidiamo di andare a Nantes, che dista solo 35 chilometri. Stando alla guida è una bella città, e ragioniamo così: quando piove è meglio visitare una città a piedi che viaggiare in moto. Abbiamo persino gli ombrelli portatili! L’indomani il tempo sembra come previsto, quindi andiamo a Nantes per una strada secondaria, bellissima, che costeggia la Loira. A Nantes ci facciamo prenotare un albergo dall’ufficio delle informazioni turistiche e per fare il tratto brevissimo per raggiungerlo… becchiamo un rovescio secco, deciso e breve. Riusciamo a bagnarci un’altra volta. Ci diciamo che ormai siamo abituati, ma non è vero! Nantes è effettivamente bella come decantato dalla guida. Un centro storico, un castello e una cattedrale da decine di foto.
Nantes

 

 

 

 

 

Che facciamo nel pomeriggio, dato che ha ripreso a piovere? Idea: viaggiamo in treno. Andiamo alla stazione e scegliamo una destinazione a caso sul tabellone delle partenze: Saint Nazaire, così mi levo anche lo sfizio di viaggiare sul celeberrimo TGV, il Train Grand Vitesse. Il treno effettivamente si beve una sessantina di chilometri in un battibaleno ed eccoci a visitare una città… deludente. C’è, ancora intera, una gigantesca casamatta, un enorme bunker di cemento armato: era il porto degli U-Boat, i temibili sottomarini tedeschi della seconda guerra mondiale. La città quindi fu ripetutamente bombardata, ed ecco perché la delusione: tutte case nuove, anonime. E’ rimasto intero solo il bunker, proprio quello che dovevano distruggere… Anche il ritorno a Nantes, su un treno normale, non è deludente, anzi, succede qualcosa che, abituato alle cose nostrane, mi fa’ strabiliare… Sentite questa. Il convoglio è un moderno treno pendolare, che effettua  diverse fermate, ma  tra uno stop e l’altro viaggia veloce come un indemoniato. L’aneddoto interessante è il seguente: diversamente da noi, (MOLTO diversamente da noi) la puntualità dei treni è un punto di orgoglio dei Francesi. Cosa ancora più impegnativa rispetto a come fanno gli svizzeri, perché questi ultimi non tengono tanto alla velocità come i cugini transalpini. Beh, sembra strano, ma il nostro treno aveva cinque minuti di ritardo. Dico c-i-n-q-u-e minuti. Che disonore! Il capotreno percorre tutto il convoglio e chiede a tutti i passeggeri se devono scendere ad una certa stazione, che poi è la prossima. Potete immaginare il nostro stupore e la fatica a capire la domanda, dato che quella stazione, quella città, era per noi del tutto sconosciuta. Cosa hanno fatto: quella stazione è stata saltata a tutta velocità. Alla fermata successiva sono scesi anche quei passeggeri che dovevano scendere alla stazione saltata, trovandosi di fronte, nello stesso marciapiede, un treno diretto in senso opposto (evidentemente in orario) che li ha riportati indietro alla loro stazione. Siamo arrivati a Nantes in perfetto orario, anche se non ce ne importava niente. Impossibile non pensare alle care vecchie FS, ora Trenitalia, domani chissà che altro nome accattivante.

 

Questa è la mappa dei nostri spostamenti e pernottamenti. Cronologicamente in senso antiorario, si parte da Champtoceaux, di cui ho già raccontato, fino a Lisieux. In tutti questi posti ci siamo sempre limitati a dormire una notte sola. Ci saranno ancora due tappe, dopo, ma sono fuori dalla cartina.
Da Nantes entreremo finalmente in Bretagna (a parte la piccola parentesi di St. Nazaire), e visiteremo  meticolosamente tutta la costa bretone. Una scorpacciata di scogliere spettacolari e spiagge sterminate. Ed è questa una particolarità che ho notato: di solito si incontra una costa frastagliata, e la suddetta dura per un lungo tratto, al massimo le rocce sono intervallate da piccole spiagge. (vedi Liguria), oppure trovi spiagge sabbiose per chilometri e chilometri (vedi costa Romagnola o veneta). Invece qui trovi una scogliera a picco sul mare, poi una grande spiaggia, poi una scogliera poi una spiaggia, e così via.
E poi paesini graziosi, con quelle caratteristiche case a graticcio, che dicono essere tipiche bretoni, ma io ne ho viste a vagonate in Germania… E poi ancora chiese su chiese, quasi tutte gotiche, che diventano cattedrali appena la cittadina che le ospita diventa appena un po’ grandina. Tra Nantes e Quimper (Chissà perché, poco prima di Quimper c’è una città che si chiama Quimperlé, che fantasia) c’è Vannes. Un centro storico davvero incantevole e poi il porticciolo, le mura antiche, l’immancabile cattedrale; insomma una visita decisamente soddisfacente.
Vannes, Le case caratteristiche

 

queste sono dette ‘a graticcio’

 

Poi ci dirigiamo verso la penisola di Quiberon. E’ un istmo strettissimo (in certi punti saranno solo due-trecento metri) e lungo qualcosa come quindici chilometri, che ‘spara’ dritto verso sud: in questo modo la sua sponda occidentale, data la presenza costante di vento “all’olandese” che tira da Ovest vero Est, presenta spiagge sferzate da cavalloni, mentre sulla sponda orientale il mare è piatto come l’olio. Sulla prima si concentrano surfisti e kitesurfers, sulla seconda velisti e windsurfers.
una sponda, mare calmo…

 

 … e l’altra sponda
A causa di tutte queste attrattive la strada che percorre la penisola è un gigantesco ingorgo. Per fortuna siamo in moto, e anche se non guizziamo selvaggiamente come gli scooters in città, un po’ di vantaggio lo abbiamo: gli automobilisti, quando ci vedono… si fanno da parte per farci passare! La prima volta mi è caduta la mandibola per lo stupore, poi ho cominciato a farci l’abitudine, nonostante il continuo  pensare agli automobilisti italiani, che in quelle situazioni tendono invece a prendermi a sportellate.
La Pointe di Raz è un’altra visita obbligata che merita. Si trova nel punto più a Ovest della prima delle tre penisole che caratterizzano la sponda occidentale della penisola Bretone, quella più a Sud delle tre.
 Pointe du Raz. “Al limite di un continente”.

 

Il faro dei poster, solo che il mare è calmo.

 

 

 

dalla parte opposta della baia

 

Finiamo a Morgat, che si trova sulla penisola centrale, quella più piccola e frastagliata. E’ così frastagliata che il paese è affacciato a Est, e il sole tramonta sulle alture retrostanti, mentre da quasi tutte le altre parti il sole tramonta sul mare. In questo paesino la strada principale che separa la spiaggia dalle case deve essere chiusa perché ci sarà una specie di fiera: bancarelle, patatine fritte, oggettistica, artigianato locale. Facciamo appena in tempo ad arrivare per prendere alloggio. La serata è diversa dalle altre: invece di andare a nanna presto passeggiamo beatamente in mezzo ad una folla quasi trabocchevole.
Dalla Pointe des Espagnols si vede Brest e la sua baia.

 

la penisola più a Nord, dopo Brest.

 

Pointe de St. Mathieu

 

 

Il giorno dopo ci spostiamo sulla terza penisola, quella più a Nord. Aggiriamo Brest e visitiamo ancora spiagge, punte rocciose ed altri paesini graziosi.
Parte settentrionale della penisola.

 

 

 

Ci fermiamo a Landèda. Strade belle, posti belli, tempo bello. Abbiamo ritrovato persino un po’ di entusiasmo, quando le previsioni ci danno la temuta mazzata. Il giorno successivo comincia bene, ma verso mezzogiorno il cielo torna al solito grigio / grigio scuro. Continuiamo imperterriti a visitare luoghi belli e spiagge sterminate anche se siamo tornati a coprirci con le tute antipioggia. Per non bagnarci i piedi Elisabetta compra della pellicola trasparente per alimenti e fascia con essa le nostre scarpe per renderle impermeabili. Funziona pure! Ovviamente col prossimo viaggio disporremo anche noi di pratici ed efficaci soprascarpe. Verso metà pomeriggio giungiamo a Trégiuer e ci rivolgiamo come di consueto all’agenzia di informazioni turistiche per trovare alloggio. Ci  viene proposto una chambre d’hote, l’equivalente dei nostri Bed & Breakfast, e stranamente Elisabetta, sempre attenta alla qualità della sistemazione (insomma per non dire schizzinosetta) accetta. Si vede che ha un sesto senso, perché la casa dove finiamo è semplicemente splendida. Anche i padroni sono persone cortesi, gentili ed espansivi. La casa è una tipica casa a graticcio, le camere, belle e con le travi a vista sul soffitto inclinato, si trovano in cima ad una scala a chiocciola in legno che deve avere gli stessi secoli della casa. Un salone enorme arredato con mobili antichi (non stile antico, proprio antichi), quadri, trofei  di caccia, rende il tutto estremamente piacevole ed accogliente. I nostri complimenti confondono la padrona di casa, ma se li merita. Facciamo due passi nel paese e visitiamo una cattedrale come al solito bellissima ed un chiostro splendidamente conservato.
Il nostro B&B a Tréguier

 

E come dimenticare le sfogliatine comprate in questa via?

 

Chiostro e cattedrale di Tréguier
Da qualche giorno, non ricordo esattamente da quando, abbiamo preso l’abitudine di saltare il pranzo, sostituendolo al massimo con un succo di frutta. Le colazioni abbondanti tipiche del Nord Europa e le cene al ristorante bastano. E la cosa si rivela un’ottima scelta, per la forma fisica e, perché no, anche per il portafoglio. E abbiamo più tempo per girare. Tutto ok, solo che qualche volta l’appetito arriva con un certo anticipo rispetto all’ora di cena. Quel giorno a Tréguier, erano circa le cinque del pomeriggio, lo stomaco si è messo a brontolare e la salivazione è salita a mille quando ho dato distrattamente un’occhiata al banco-vetrina di una pasticceria. C’erano esposte, appena sfornate, delle sfogliatine che emanavano un profumo semplicemente irresistibile. Non sono un goloso, preferisco solitamente i piatti salati; ma quella volta, in quel preciso istante, nulla poteva impedirmi di soddisfare quell’uzzolo improvviso. Nemmeno la ressa che si era formata in quel momento in quella pasticceria per quello stesso motivo. Nemmeno la maleducazione di un donnone francese che ci è passato davanti, accaparrandosi quasi metà delle sfogliatine esposte. Siamo riusciti ad arraffare due di quei dolci, e dopo pochi minuti non ce ne erano già più. Non so se è stato l’appetito o la soddisfazione di essere riuscito nell’acquisto, ma quelle sfogliatine (che chiamerei sfogliatone) saranno da me ricordate come una delle cose più buone mai mangiate. In tutta la Francia, per la verità, sanno fare ottimi dolci da forno. Anche la successiva cena è soddisfacente.
Cap Frèhel

 

Vezzo tipicamente francese. (non credo siano solo bambini, a farle queste costruzioni)
E ripartiamo, per l’ennesima volta sotto l’acqua, in direzione Est. Per strada troviamo ancora posti magnifici, spiagge sterminate. E incontriamo anche diversi fiordi. Nulla a che vedere con quelli Norvegesi come dimensioni, ovviamente, ma sempre divertenti da percorrere. Cerchiamo sistemazione a Cancale. Nell’ufficio turistico di questa città, che sembra una piccola Rimini per spiagge, attrezzature balneari, locali, ci dicono che ‘non sono autorizzati’ a prenotare direttamente loro presso gli alberghi. Per quel che ne so io, sono gli unici in tutta la Francia. Ci danno un dépliant e dobbiamo arrangiarci. Siamo così furiosi che abbandoniamo la città e ci dirigiamo ancora verso Est, verso la Normandia. Appena fuori Cancale, ad un incrocio, vediamo un chambre d’hote e proviamo a  chiedere. Il prezzo è appetibile, ma non è certamente bello come quello di ieri. Per questa volta Elisabetta si accontenta. Anche perché siamo ad una trentina di chilometri da Mont Saint Michel, che è già in Normandia, ed è relativamente presto. Era proprio nei nostri piani, dormire non vicino al luogo più famoso della Normandia. Posiamo i bagagli e ripartiamo leggeri per visitare il famoso monte delle maree; ha anche smesso di piovere. Il posto è suggestivo, anche se non c’è più il brivido della strada da percorrere sotto il rischio inondazione: hanno fatto una strada nuova sopraelevata. Vorremmo visitare la cattedrale e il monastero, che promettono bene, ma sono le sei e fino alle sette non partono visite guidate, le sole con le quali è permesso effettuare, appunto, la visita. Anche qui una certa delusione: c’è un sacco di gente, siamo al 13 di agosto (mica novembre), per le stradine del posto è quasi impossibile camminare per la ressa che c’è. E loro come si organizzano? Boh, c’è ancora un’ora di attesa e già molte persone stanno aspettando; altre sono in coda per acquistare il biglietto, ovviamente piuttosto caro. Alle sette, stipati in quel buco, fermi in piedi, quanti saremo? Centinaia? Sono stati anche piuttosto sgarbati nel rispondere alle nostre domande. Rinunciamo. Non siamo turisti di lusso, ma vogliamo essere trattati con quel minimo di attenzione, se non proprio con riguardo.

 

L’indomani mattina ripartiamo, sempre sotto la pioggia, per raggiungere le spiagge dello sbarco. Raggiungiamo la spiaggia denominata Omaha Beach. La cosa che mi stupisce è che i francesi accettino che un luogo sul sacro suolo francese abbia un nome non francese. La riconoscenza è proprio forte. Tutta la zona, infatti, presenta residuati bellici posti a mò di monumento. Cannoni, Jeep, mezzi da sbarco. E qua è là anche piccoli e numerosi musei dedicati al fatidico D-day. Un’idea di che cosa è stato quello sbarco, la dà una casamatta, un bunker posto su un promontorio che divide due spiagge, dominandone la vista. Tutto intorno ci sono delle buche enormi, di forma circolare, larghe tre metri e profonde due e mezzo. Sono i crateri delle bombe sganciate per preparare lo sbarco, le hanno lasciate così. Evidentemente, i bunker hanno invece resistito.
Le buche formate dalle bombe.

 

Omaha beach, una delle più importanti spiagge dello sbarco del 1944

 

La nostra compagna di viaggio. … La Pioggia!
Un pochettino ci marciano da queste parti, con lo sbarco. Lapidi, monumenti, persino un sacrario e un cimitero militare battente bandiera a stelle e strisce. Tutto, ristoranti e alberghi compresi, ricorda quel 6 giugno 1944. Particolarmente a Omaha beach, dove gli americani ebbero parecchi problemi e forti perdite, mentre negli altri punti di sbarco le  cose andarono meglio. Più ad Est c’è un’altra  spiaggia da cui si vedono ancora i pontoni di attracco che servirono per sbarcare a terra i rifornimenti subito dopo lo sbarco. Si parla di un milione e trecentomila tonnellate solo di armi, munizioni e mezzi. Dormiamo proprio davanti alla spiaggia, al mattino ripartiamo e… non piove!
Quelli non sono isolotti, ma pontoni installati dopo lo sbarco per scaricare rifornimenti.
A parte la storia di questi posti, la geografia è più semplice. I paesi sulla costa Normanda sono un poco più autentici, anche se alle case vecchie sono frammiste tante costruzioni nuove. Il mare è sabbioso, torbido e infestato da alghe puzzolenti. Questo non impedisce agli appassionati di praticare vari sport acquatici, in particolare la vela.
 St. Aubin s/mer
A Villers Sur Mer assistiamo ad una gara molto particolare. I mezzi su cui si gareggia sono cicli a tre o quattro ruote… vestiti. Uno sembra un missile, un altro assomiglia ad un carrello da spesa del supermercato, un altro scimmiotta le diligenze del Far West. Anche gli… atleti sono abbigliati carnevalescamente in tema col loro mezzo. Ma la gara è vera: la cittadina è mezza transennata per tenere libero da ogni altro veicolo il circuito, che viene percorso più volte, fra il rumoroso tifo degli spettatori. Veramente spassoso.

 

Ripartiamo in direzione di Trouville Sur Mer per cercare alloggio. Questa città è veramente carina, a vederla dalla moto. Giriamo in cerca di una sistemazione, troviamo l’ufficio turistico ma arriva la doccia fredda: tutto esaurito. Beh, siamo a Ferragosto, dovevamo aspettarcelo. Sappiamo che presto dovremo puntare le ruote verso casa, tra l’altro. In più le previsioni ci fanno ragionare in questo modo: Una perturbazione è appena passata (infatti ci ha tartassati fino a ieri); e c’è una pausa di due giorni prima che ne arrivi un’altra. Le perturbazioni, e quindi anche le zone di sereno fra di esse, si muovono verso Sud-Est. Esattamente quello che dobbiamo fare noi per tornare a casa. Logico quindi decidere di prendere quel tram. Per finire, ne ho abbastanza di spiagge e mare (che non ci sentiamo di balneare, data la temperatura) e non vedo l’ora di attraversare nuovamente le campagne francesi, tanto apprezzate lo scorso anno, di ritorno dall’Olanda. Puntiamo diretti verso Sud, fermandoci ad ogni hotel e chambre d’hote che troviamo lungo la strada: niente da fare, sempre tutto ‘complet’. Arriviamo a Lisieux. Quel nome di città non mi è nuovo e cerco di ricordare dove l’ho già sentito. A scuola, studiando francese? Non mi ricordo. Troviamo finalmente un hotel più che accettabile, dove ci installiamo. Da bravi turisti giriamo a piedi la cittadina, che è abbastanza piccola. C’è però una basilica enorme, sproporzionata rispetto alle dimensioni della città, ed a quel punto mi do’ una manata in fronte: Santa Teresa di Lisieux! Forse l’ho sentita in televisione o forse l’ho vista nei santini quando andavo ancora in chiesa, quarantatre anni fa. E’ grazie alla Santa che troviamo albergo, probabilmente: Lisieux è mèta di turismo religioso, ma ferragosto è una festività prettamente laica.
La cattedrale di Santa Teresa di Lisieux
Come già accennato per lo scorso anno, anche questa volta c’è un dolce finale di viaggio: bel tempo (indispensabile), campagna bellissima, strade statali da 90 all’ora costanti.
La bella, dolce campagna francese. Paradiso per mototuristi.
Quattrocentoventi chilometri ‘volano’ da Lisieux fino a Sancoins (Francia centrale) passando a visitare la famosa e stupenda cattedrale di Chartres.
La cattedrale di Chartres

 

E il giorno dopo circa gli stessi chilometri da Sancoins fino a Saint Jean de Maurienne, ad una ottantina di chilometri dal confine italiano, nella valle che scende dal passo del Moncenisio per andare verso Modane e Lione. Ed è proprio a Lione che ci siamo fermati per un pranzo veloce ed una visita: bella città; in alcuni punti ricorda Parigi.
L’ultimo giorno, non avendo più tanta strada da percorrere, saliamo sul Moncenisio, facendo il gesto dell’ombrello al traforo del Fréjus, e ci restiamo a lungo per contemplare il lago e le splendide montagne che ne fanno cornice.
Salendo sul Moncenisio
 Ciao, Francia….
Il tratto italiano finale ci riporta alla nostra triste realtà: limiti di velocità che non rispettano l’utente, automobilisti che non rispettano nessuno. Ma va bè, lo sapevamo…

 

Un pensiero su “FRANCIA – Bretagna Normandia

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