Antologie

Il classico per antonomasia, i Miserabili di Victor Hugo

Se fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe molto più sicuramente un uomo da quel che sogna, che da quel che pensa.

Il comunismo crede di risolvere il problema della ripartizione della ricchezza, ma sbaglia: la sua ripartizione uccide la produzione di ricchezza. La divisione in parti uguali abolisce l’emulazione e per conseguenza il lavoro.

Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal,  ‘Cronache Italiane’ (primi dell’800):

Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitar di leggere gli scrittori generalmente approvati: in nessun altro paese è stato meglio conosciuto quale valore ha la menzogna; in nessuno essa è stata meglio pagata.

Giordano Bruno Guerri, Gli Italiani sotto la Chiesa. Pag 229, parlando dell’Azione Cattolica, costituita da Leone XIII, descrive la situazione sociale dell’Italia, fra l’unificazione e la prima guerra mondiale:

Anche la vita degli operai era terribile. Solo nel 1886 una legge vietò ai minori di 12 anni il lavoro notturno (Nota mia: notturno!) mentre gli adolescenti fino a quindici potevano – di notte – lavorare al massimo cinque ore. Le donne, invece, pagate ancora meno degli uomini, lavorano notte e giorno, specialmente nelle filande, dove costituiscono metà della mano d’opera. I cattolici non volevano che le donne lavorassero nelle industrie, per evitare la promiscuità e la conseguente corruzione: in particolare le macchine a pedali <<eccitano l’operaia e la trascinano istintivamente verso l’onanismo>>, come scrisse ancora nel 1900 un membro dell’Opera; secondo costui si doveva alla masturbazione anche l’alta percentuale di tubercolotiche tra le operaie delle filande che respiravano dodici ore al giorno il pulviscolo di cotone: quelle uccise dalla tisi sono più fortunate, sostenne, perché <<dall’onanismo alla prostituzione il cammino è breve, dalla venere solitaria si passa facilmente all’amplesso, al commercio del proprio corpo.>>

Giordano Bruno Guerri, Fascisti. Pag 146, parlando del concordato del 1929:

La solidarietà fascismo-Vaticano non può stupire, anche se – idealmente – Mussolini e il fascismo originario erano anticattolici e anticlericali perché consideravano se stessi una religione. La Chiesa aveva però in comune col fascismo tutti i nemici: la democrazia, il liberalismo, il comunismo, la massoneria. Con il fascismo condivideva inoltre <<il bisogno di ordine, di disciplina, di autorità, di gerarchia, il sostanziale disprezzo e pessimismo sull’uomo come essere sociale, sempre da guidare, da correggere, da costringere e da limitare, la sfiducia quindi per ogni forma di discussione e di ricerca, per ogni atteggiamento che non fosse di obbedienza e di sottomissione.>> (G. Miccoli)

Giordano Bruno Guerri, Fascisti. Pag 190-191, parlando di Achille Starace:

<<Con Starace>> scrisse in seguito Bottai, che del PNF (Partito Nazionale Fascista) fu il più attento e critico osservatore, <<il partito inizia e porta alle ultime conseguenze la sua propria estromissione dalla politica.>> Tutto si ridusse a un’espressione di <<stile>>, con la proibizione assoluta di discussioni politiche fra gli stessi iscritti. Fu così che il regime non riuscì a formare i quadri dirigenti della seconda generazione. Mussolini aveva scelto Starace anche perché voleva svuotare il partito di ogni reale funzione politica: e fu un errore gigantesco perché trasformò la più importante struttura del fascismo in un carrozzone burocratico e ottuso, privo di contenuti, attento soltanto all’esteriorità e a false virtù civili, quali <<la prestanza fisica, la virilità, la disciplina da caserma, l’obbedienza pronta, cieca ed assoluta>> (L. Montesi). In definitiva, Starace screditò definitivamente il partito e la figura del segretario. (Poco prima di questo passaggio, l’autore sottolinea come il fascismo sia passato da una popolarità pressoché unanime ad una progressiva perdita di consensi. Questo a partire dalla seconda metà degli anni 30, e col fattivo contributo di Achille Starace)

David Wilson, Vita da scapolo con cane. Il protagonista racconta le massime scritte dal padre su bigliettini ritrovati sparsi per la casa:

<Fare un po’di bene spesso è la miglior forma di protesta> <Non importa dove stai andando, sei sempre comunque più avanti del punto in cui sei partito> <Quando non trovi qualcosa – un oggetto, uno stato d’animo, un ricordo – torna indietro a guardare dov’era l’ultima volta> <Le sfide più grandi non sono quelle che scegli, ma quelle che scelgono te> <Quando ti lamenti di qualche cosa che va male nella vita, ricordati di festeggiare quelle grandi che vanno bene> <Impara ad ammirare una cosa senza per forza desiderarla> <Tutte le grandi verità sembrano banali finché non le vivi direttamente>

Stesso libro, il protagonista racconta.

.. ricordo: ero adolescente in cerca di qualcosa per ribellarmi e avevo preso di mira la discreta fede religiosa di mio padre, che lui non mi aveva mai inculcato a forza. <il problema della religione> dissi <è che ha troppe regole>. Allora le detestavo. Mio padre fece un gesto drammatico e sorprendente. Prese una Bibbia, la scompose, strappò via i Vangeli e me li consegnò, dicendo: <Bene, ora mostrami tutte le regole che ci trovi>. Mossa molto intelligente. Li lessi tutti senza trovare quasi nessuna regola specifica su cosa fare. C’era un sacco di roba generale su amore, perdono e fede, ma l’elenco più chiaro di istruzioni pratiche lo trovai solo in Matteo 25: nutrire gli affamati, aiutare i malati, accogliere i forestieri. Ed era proprio quello che faceva mio padre nelle sue attività di beneficenza.

Tratto da GIUDA, di Amos OZ, parla uno dei protagonisti del libro, Gershom Wald, un anziano ebreo, nel 1959, in Israele. (Pagg. 81/82)

Quegli ebrei lì, se solo avessero avuto la possibilità e il potere, di sicuro avrebbero perseguitato i seguaci di Gesù e li avrebbero tormentati non meno di quanto i cristiani nemici d’Israele abbiano fatto con gli ebrei. Ebraismo e cristianesimo, compreso anche l’Islam, trasudano tutti e tre nettare di bontà e pietà e compassione solo fintanto che non hanno per la mani sbarre e manette, potere, cantine da tortura e patiboli. Tutte queste fedi, comprese quelle sorte di recente, moderne, che continuano ad incantare così tanti cuori, sono venute tutte per salvarci e ben presto spargono il nostro sangue. Non che il mondo sia giusto secondo me, assolutamente no, il mondo è storto e bacato e pieno di sofferenze, ma chiunque venga a redimerlo provoca quasi subito fiumi di sangue. <….> Se solo un bel giorno il mondo facesse sparire tutte le fedi e le rivoluzioni, credimi – tutto d’un colpo, senza eccezione alcuna, al mondo ci sarebbero molte meno guerre. L’uomo, ha scritto Immanuel Kant, è solo un ciocco di legno storto. Guai a cercare di drizzarlo, perché ci si ritrova nel sangue fino al collo.

Ora parla Shemuel Asch, un altro dei protagonisti. (Pag. 129)

Non ho difficoltà a capire come mai gli ebrei hanno respinto il cristianesimo. Ma Gesù non era affatto un cristiano. Gesù è nato da ebreo e da ebreo è morto. Non ha mai pensato di fondare una nuova religione. E’ stato Paolo, cioè Shaul di Tarso, a inventare il cristianesimo. Gesù per parte sua ha esplicitamente detto: “Non sono venuto per cambiare alcunché della Torah”. Se gli ebrei lo avessero accolto, tutta la storia sarebbe stata completamente diversa. La chiesa non sarebbe mai esistita. E forse l’Europa intera forse avrebbe accolto una forma di ebraismo ammorbidito e distillato. E così ci saremmo risparmiati la Diaspora, le persecuzioni, i pogrom, l’Inquisizione, i massacri, le espulsioni e pure la Shoah.

  • Perchè gli ebrei non hanno voluto accoglierlo? (Chiede la sua interlocutrice)

E’ proprio questa, Atalia, la domanda che mi pongo, e ancora non ho trovato risposta. Visto in una prospettiva contemporanea, lui era una specie di ebreo riformato. O neanche riformato, piuttosto fondamentalista, non nel senso di fanatico, piuttosto in quello di ritorno alle radici pure, ai fondamentali. Aspirava a depurare la fede ebraica di tutte le ridondanze rituali che si erano accumulate, di tutte le scorie che il sacerdozio aveva prodotto e i farisei moltiplicato. E’ naturale che i sacerdoti abbiano visto in lui un nemico. Penso che Giuda figlio di Simeone Iscariota fosse uno di quei sacerdoti. O forse solo vicino a loro. Forse era stato mandato dalla classe sacerdotale gerosolimitana a unirsi al gruppo di seguaci di Gesù per fare la spia e comunicare a Gerusalemme quello che facevano, solo che ha finito per attaccarsi a Gesù e volergli bene con tutta l’anima, tanto da diventare il più devoto dei suoi discepoli e il tesoriere degli apostoli.

GIORGIO BOCCA – Definizione di “CATTOCOMUNISMO”

Il cattocomunismo affonda le sue radici nel modo totalizzante proprio dei cattolici e dei comunisti di porsi di fronte alla vita e alla società. E’ cattolico e comunista il bisogno di risposte totali e definitive, il rifiuto del dubbio, la sostituzione del dovere ragionato con la fede, il bisogno di chiesa, di autorità, di dogma giustificato dal solidarismo sociale e l’attesa dell’immancabile paradiso, in cielo e in terra.

(NdA) Farei notare che anche i fascisti della prima ora, i cosiddetti “arditi”, erano così.

Andromeda Romano-Lax – La musica della vita – Il co-protagonista sta parlando di musica

Sentire, e sognare, ma prima… osservare. Deve essere vero, si tratti di poesia, pittura o musica. Gli impressionisti mica hanno inventato la luce… l’hanno osservata.

Pier Paolo Pasolini – Le belle bandiere , dialoghi dal 1960 al 1965

…. nel nostro tempo non si può scindere l’amare dal capire. L’invito Evangelico che dice “ama il prossimo tuo come te stesso” va integrato con un “capisci il prossimo tuo come te stesso”. Altrimenti l’amore è un puro fatto mistico e disumano.

….

L’integralismo ideologico ha tutte le mie simpatie. Io sono per l’integralismo ideologico, per l’assoluta coerenza, per una moralità di pensiero intatta e incapace di compromessi. Ma l’integralismo ideologico non è mica un catechismo! Una cosa è non scendere a compromessi e una cosa è non storicizzare e umanizzare il giudizio!

…..

Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto per la persona umana. (**) Il capitalismo, e non solo nelle sue punte estreme (fascismo e nazismo) è odioso appunto perché non prova questo fondamentale rispetto e, in nome dei suoi supremi interessi – che si ammantano sempre di pseudo-ragioni idealistiche – umilia la persona umana.

(**) posso aggiungere un commento tutto mio? L’ideologia comunista, in teoria, ha come scopo supremo esattamente questo: il rispetto della persona umana, a cominciare dai suoi diritti. Purtroppo, in pratica, succede invece quello che dice Victor Hugo.

Il gatto e il Doc, Alessio Giordana

Una signora fa capolino dalla porta dell’ambulatorio e dice al veterinario: Dottore, ho una coppia di criceti. Risposta: E io ho un full di gatti! — … Per me la campagna è quel posto dove i polli vanno in giro crudi — Non scegliere mai una donna che non ama i gatti, oltretutto tromba male. Sai quelle Oddio un pelo!… Oddio il mio divano! Il gatto è pelo, istinto, ti mette in comunicazione con la tua parte più intima, antica, istintiva e animale. Una che non tollera il pelo per casa… pensa con che entusiasmo può ‘sporcarsi’ con te. Una che non si intenerisce davanti ad un gattino di mezzo chilo… come può intenerirsi per un uomo da un quintale?

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig, 1974

Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV . Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei NELLA scena, e la sensazione di presenza è travolgente.

……..

Io non mi arrabbio quando gli scienziati dicono che i fantasmi esistono soltanto nel pensiero. È quel ” soltanto ” che mi manda in bestia. Anche la scienza esiste soltanto nel pensiero»…… «Le leggi della natura sono invenzioni umane, come i fantasmi. E così le leggi della logica e della matematica. Tutte queste benedette cose sono un’invenzione dell’uomo, compresa l’idea che non lo sono. (Non sono d’accordo, le leggi della natura sono constatazioni)

……

Fedro era pazzo. E quando guardi un pazzo senza mediazioni non vedi che il riflesso della tua consapevolezza che è pazzo, il che equivale a non vederlo affatto. Per vederlo devi guardare la realtà con i suoi occhi, e l’approccio indiretto è l’unico modo per arrivarci. Altrimenti le tue opinioni ti sbarrano la strada.

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Il più grande imbecille del mondo può dire che il sole brilla e non per questo il sole si oscurerà.

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I valori sociali sono giusti soltanto se sono giusti quelli individuali.

Aldo Busi.

L’esercito (Boliviano) difende il patrimonio della borghesia <… > più perché si conforma al feticcio ideologico della subcultura antipopolare che per reale tornaconto.

perché i paesi dove passi servono alla comprensione dei paesi dove resti.

Claudio Magris – L’infinito Viaggiare

Colonne, archi, balconate; bellezza e socievolezza, senso di una comunità, di un Paese. E’ la piazza che fa una città, piccola o grande; gli esterni contano più dei musei, anche ricchi di capolavori.

Han Suyin – La Incantatrice

Il protagonista, in prima persona, descrive un tempio buddhista.

I giardini erano una lieta confusione di uomini, donne e bambini, che pregavano, si inchinavano e accendevano bastoncini di incenso, ma parlavano anche, ridevano, mangiavano seduti intorno ai tavoli nei cortili, sotto la benigna protezione degli alberi centenari di ginkyo. Il culto doveva essere così, pensavo. Un’orgia di vita, non una tendenza alla morte.

Giuseppe Pontiggia – Nati due volte

L’eternità dura fino ai quarant’anni e le ambizioni si lasciano sobriamente ridurre ad una parola: tutto. Procedendo negli anni, c’è chi regredisce ad inseguire una gioventù retrospettiva, i più euforici ci provano, i più stupidi ci riescono.

La sfida fine a stessa di superare i limiti nasce dalla paura di accettarli. E mai come nella nostra epoca l’oltrepassamento dei confini è la fuga dal loro riconoscimento.

L’ho osservato nelle reazioni più comuni, compresa la mia, di fronte al volontariato. La tendenza di interpretare l’altruismo come controfigura dell’egoismo e la generosità come gratificazione di chi la esercita, la solidarietà come aiuto provvidenziale a sè stessi, il sacrificio dell’Io come ricatto di un Super-io tirannico. Non si impara neppure dall’etologia, saccheggiata per spiegare l’aggressività, ma mai il suo contrario. Gli animali che si sacrificano per la prole o per gli altri sono anche loro vittime di un Super-io? No, dell’istinto, risponde l’etologia. Ma all’uomo si nega questo istinto positivo, per dotarlo invece di tutti gli altri.

Tratto da “Una manciata di more” di Ignazio Silone, 1952. Ambientazione: 1943, un imprecisato paese sperduto fra i monti dell’Abruzzo, protagonisti Cosimo e Caterina, fratello e sorella un po’ avanti negli anni, e un Carabiniere.

La prima volta che le autorità si dovettero occupare di Caterina, avvenne in un modo strano. Caterina e Cosimo stavano mangiando una minestra di fave, seduti fuori casa. Davanti alla loro casa, accanto alla porta, c’era un vecchia panca bassa, fatta di una tavola inchiodata su quattro pioli. Fratello e sorella tenevano le scodelle sulle ginocchia, quando si presentò un carabiniere.

«C’è contro di te una denunzia abbastanza grave» disse il carabiniere alla donna senza tante cerimonie. Caterina alzò gli occhi dal piatto, guardò prima il carabiniere e poi il fratello.

«Parlo con te» disse il carabiniere alla donna. «Non ti chiami Caterina?»

Caterina avvicinò la sua testa all’orecchio del fratello.

«M’avrà confuso con Caterina la fornara» gli disse sottovoce. «Dovresti indicargli la casa della fornara. Non fargli perdere tempo.»

«No, no» insisté il carabiniere. «Conosco la fornara. La denunzia riguarda te.»

Caterina non s’occupava più del carabiniere come se ne ignorasse la presenza; ascoltava però le sue parole.

«Si tratterà di Caterina la scopina» disse al fratello.

«Si è sbagliato. Dovresti indicargli la casa della scopina.»

«Parlo invece con te» disse il carabiniere alzando la voce. «Non può esserci sbaglio. Questo pomeriggio, tornando giù dalla cava con l’asino carico di breccia, non sei stata avvicinata da un forestiero?»

Cosimo guardo la sorella che aveva già ripreso a mangiare la sua minestra e l’interrogò con gli occhi. La sorella, dopo aver riflettuto, gli fece cenno di sì.

«Non gli hai dato un pezzo di pane?» riprese a domandare il carabiniere. «Non gli hai indicato la strada? Nel tuo interesse ti prego di rispondere la verità.»

Caterina posò la scodella vuota accanto a sé sulla panca e poi domandò al fratello:

«E’ un peccato quello di cui mi accusa? Fare la carità adesso è un peccato? Non sapevo che fosse un peccato.»

«Secondo voi, dare un pezzo di pane è proibito?» domandò Cosimo al carabiniere. «Da quando?»

«Perché l’hai fatto?» insisté il carabiniere rivolto a Caterina.

La donna guardava il fratello impaurita e sorpresa.

«Cosa dice?» gli domandò.

«Probabilmente quell’uomo aveva fame» suggerì Cosimo al carabiniere. «Non credi che forse aveva fame? Se non avesse avuto fame non avrebbe chiesto l’elemosina.»

«Non ti sei accorta» riprese il carabiniere rivolto a Caterina «che quell’uomo era un soldato nemico? Un prigioniero evaso?»

«Cosa dice?» domandò Caterina al fratello. «Cosa sta dicendo?»

Cosimo le fece cenno di non aver paura.

«Scusa» egli domandò al carabiniere «nemico di chi?»

«Nemico nostro» spiegò il carabiniere adirandosi. «Nemico anche vostro.»

Cosimo credette di aver capito e cercò di spiegare il fatto a sua sorella.

«Era un nemico?» egli le domandò. «Caterina, dimmi la verità senza aver paura.»

«Non l’avevo mai visto prima d’oggi» gli confessò Caterina.

«Era un nemico?»

«Cosa vuol dire?»

«Che aspetto aveva?»

«Un aspetto di uomo.»

«Non ti sei accorta» gridò il carabiniere «che non era uomo di questa contrada? Parlava forse il dialetto della Fornace? Potevi dunque immaginare che fosse straniero. Perché gli hai dato il tuo pezzo di pane e gli hai indicato la strada?»

Cosimo cominciò anche lui ad aver paura.

«Perché l’hai fatto?» disse rivolto alla sorella. «Non potevi riflettere prima di farlo? Non ha riflettuto» egli disse al carabiniere.

Caterina gli confermò di no con un cenno degli occhi.

«Avrei dovuto riflettere?» ella domandò al fratello sottovoce. «Cosa c’era da riflettere? Anche quello è un figlio di madre. Aveva fame. Cosa c’era da riflettere?»

«In altre parole» cercò di concludere il carabiniere «tu ammetti il fatto.»

Ma egli venne bruscamente interrotto da Cosimo, che si alzò in piedi tremante di paura e di collera.

«Caterina non ammette niente» egli disse balbettando. «Proprio niente. Lo vuoi sapere? Noi siamo stanchi e adesso andiamo a dormire. All’infuori di questo non ammettiamo altro.»

Il carabiniere rimase un po’ sovrapensiero, poi disse:

«Mi dispiace, ma sul fatto non potrò fare a meno di scriverci sopra un rapporto.»

Non doveva poi essere tanto cattivo quel carabiniere.

Non si fece più vedere. Per conto suo Caterina, con tutte le altre sue pene, finì col non pensarci più. Ma dopo alcuni mesi, nelle medesime circostanze della volta precedente, mentre Caterina e Cosimo mangiavano la minestra seduti sulla panca davanti alla casa, il Carabiniere riapparve in fondo al vicolo. Caterina fu ripresa dal batticuore.

«Si avvicina di nuovo l’ombra nera» ella mormorò a Cosimo. «Madonna mia, solo tu ci puoi proteggere.»

Il carabiniere si fermò proprio davanti a loro.

«Sai» egli disse sorridendo a Caterina «nel frattempo sono mutate varie cosette. Quel fatto di cui ti si incolpava, adesso non e più una colpa, anzi.»

Caterina avvicinò la testa all’orecchio del fratello e gli chiese impaurita:

«Parla con me quest’uomo? Digli che certamente si è sbagliato. Mandalo via.»

«Con chi parli?» gli chiese Cosimo.

«Sì, parlo con te» ripeté il carabiniere sorridendo rivolto a Caterina. «Voglio dire che nel frattempo le cose sono cambiate.»

«Cos’è cambiato?» gridò Cosimo.

«Tutto» disse il carabiniere di buon umore. «Non leggete i giornali? Non leggete gli affissi sui muri?»

«Niente di quello che mi riguarda è cambiato» disse Cosimo. «Le pietre sono rimaste dure. La pioggia è sempre umida.»

«La situazione in città è però cambiata» spiegò il carabiniere.

«Cosa dice?» domandò Caterina al fratello.

«Noi non leggiamo le carte» rispose Cosimo al carabiniere. «Dobbiamo faticare per mangiare, non abbiamo tempo per le carte.»

«Digli che si è sbagliato l’indirizzo» suggerì Caterina al fratello. «Fa in modo che se ne vada.»

«Le cose sono cambiate» insisté a spiegare il Carabiniere. «Ve lo assicuro sul mio onore. Quelli che erano i nostri nemici, adesso sono i nostri alleati; e i nostri alleati invece sono i nostri nemici. Perciò quello che alcuni mesi fa sembrava un vostro delitto…»

«Cosa dice?» domandò Caterina al fratello.

«Siamo da capo con quella storia del pezzo di pane» le spiegò Cosimo.

«Ancora?» disse Caterina tutta intimorita. «Ancora? Da capo con quel povero pezzo di pane? Era un pezzo di pane scuro, come usiamo noi contadini. Un pezzo di pane qualsiasi. L’uomo aveva fame. Anche lui era un figlio di madre. Doveva morire di fame?»

«Dunque, siamo da capo?» disse Cosimo al carabiniere. «Non finirà più questa storia? Non avete proprio da pensare ad altro?»

«Al contrario» cercò di chiarire il carabiniere. «Caterina è ora una benemerita. Essa aiutò un nemico che ora è però un alleato. Per il suo atto di coraggio adesso merita un onore.»

«Cosa dice?» domandò Caterina al fratello. «Non potresti persuaderlo a lasciarci in pace?»

«Non fu un atto di coraggio» disse Cosimo al carabiniere. «Né di paura. Fu un semplice pezzo di pane. L’uomo aveva fame.»

«Parlate così perché siete ignoranti» rispose il carabiniere ridendo. «Ma per le autorità di oggi quello fu un atto di eroismo. Vi ripeto, le cose nel frattempo sono cambiate. Anche il modo di decidere se un fatto è bene o male.»

«Cos’è cambiato?» domandò Caterina al fratello. «Il bene e il male?»

Il fratello stava però riflettendo per conto suo.

«Va bene» egli disse al carabiniere. «Tu ci assicuri che le cose sono diverse. Ma se cambiassero di nuovo?»

Il carabiniere rimase a bocca aperta. Per nascondere la sua confusione ebbe uno scatto d’ira.

«Insomma, donna ignorante» egli disse a Caterina «rinunzi alla medaglia?»

«Cosa ha detto?» domandò Caterina al fratello. «Hai capito qualcosa di quello che sta dicendo?»

«Potresti avere una medaglia» Cosimo le spiegò. «Adesso distribuiscono le medaglie.»

«Perché? Che specie di medaglie? Le medaglie dei santi?»

«Non credo che sia una medaglia di santi. Una medaglia per quel pezzo di pane» le spiegò Cosimo.

«Ancora? Ne parla ancora? Madonna mia, era un pezzo di pane qualsiasi. Non glielo hai spiegato?»

«Non lo vuole capire. Adesso, dice, distribuiscono le medaglie.»

Caterina si mise a riflettere, ma poi fece di no con la testa.

«Gli devi spiegare che una medaglia l’ho già» ella disse al fratello. «La medaglia dell’anno santo 1900, che ricevetti a Roma come pellegrina, da ragazza. Una medaglia non basta? Gliela mostrerei, ma adesso, gli devi dire, la tiene al collo Bonifazio, per la sua protezione. Ad ogni modo, una medaglia in famiglia l’abbiamo già.»

Il carabiniere si allontanò scoraggiato. Il racconto di quel suo incontro fece ridere parecchio gli impiegati del municipio. Arrivò poi il tempo che i soldati cominciarono a tornare alle loro famiglie. Così i contadini capirono che la guerra era finita.

Alessio Giordana – “Il mio gatto di che razza diventa?” Riporto un intero capitolo: “Botanica”. L’autore, veterinario, scrive in prima persona, il suo soprannome è “House”

La scruto attentamente, devo averla già vista da qualche parte. L’essere sotto esame aumenta lo stress. Non ne ho la minima idea. Alla fine azzardo: “Patata” – “No, zucchina” – “Ma porc… però sembra un po’ la patata” – “Neanche da lontano” E ride divertito. George, avvocato, e pure di quelli in gamba. Per divertirsi mi porta nell’orto che ha nella sua villetta ed abusa della mia ignoranza botanica. Lo cura lui l’orto, dice che è antistress. E poi a pranzo, orgoglioso e fiero, mette in tavola una insalata insulsa proclamando: “E’ del mio orto”. Ed io a spiegargli che per me la verdura è ciò che il cibo mangia. Tutte le volte.

Il gatto ci segue. Anche lui, come me, ha una andatura molto cauta, a mò di soldato in un campo minato e mette giù i passi con studiata lentezza. Quella che a noi sembra terra qualsiasi e quindi calpestabile… magari è un filare preziosissimo. “Come mai sei qui, House?” – “Non dobbiamo vaccinare il gatto?” – “Gatterpillar è sempre stato bene. Sei stato profetico nel battezzarlo, ha praticamente distrutto la qualunque in casa. Ma non lo cambierei mai.” – “Più che profetico… ho visto cosa ha combinato in ambulatorio in dieci minuti” – “Carogna di un House, mica me lo avevi detto!” – “Ops, può configurarsi come omissione di dati?” – Ride. Ridiamo. Il gatto sta per calpestare un ciuffetto verde, ha la zampa sollevata. Poi saggiamente rinuncia. “Questa la so, prezzemolo!” – “Ravanelli” – “Uff, e dammene buona una” – “Darti ragione sarebbe associazione a delinquere. Entriamo per il caffè, dai, tenerti qui e istruirti è inutile” – “E’ che le verdure cambiano troppo da quando sono nell’orto a quando le hai nel piatto impanate e fritte”. Laura si è appena svegliata, ma è già carina. Struccata, in pigiama… e carina. Non ha senso. Psicologa, lavora coi bambini. E occasionalmente con me, solo che l’occasione si presenta molto frequentemente. Profumo di caffè, di mattinata soleggiata, di amici, di gatto cialtrone. Tazzone di latte, io e George ci sfidavamo in tuffi acrobatici dei biscotti nel latte, e Laura dava i punteggi. “Come va House?” – “Cominci con le domande difficili Laura?” George si produce in un triplice avvitato, rispondo con un carpiato morbido. Laura da il punto a lui. “Continui a criticare tutti gratuitamente?” – “Solo invidiosi e ignoranti muovono critiche gratuite. Esperti ed intelligenti si fanno sempre pagare per farlo” – “Mi ritorna in mente, anni fa, quando lei ti ha detto ‘siamo due perfetti estranei’ e tu le hai risposto ‘No, uno perfetto e l’altra estranea’.” – “Si, e da allora ha interrotto le comunicazioni.” Interviene George: “Se una non risponde più alle telefonate o ai messaggi… è chiaro che vuole che le citofoni”. Gatterpillar si è accomodato sulle mie gambe, credo giusto per riempirmi di peli. “E’ che non sopporto la gente che parla e straparla, si dovrebbe parlare perché si ha qualcosa da dire, non per dire qualcosa.” – “Quanta logica, House, troppa. Impara ad essere più leggero” Temo di aver perso. George ha appena fatto un un raggruppato rovesciato, l’entrata nel latte è perfetta. Accarezzo nervoso Gatterpillar. Un sogghigno beffardo appare su George, che indugia assaporando la vittoria. Ma indugia troppo… il biscotto si smolla e cade rovinosamente nella tazza. Laura da il punto a me. “Quindi che dovrei fare, Laura? Non piaccio, ho gusti difficili” – “Non hai gusti difficili, hai disgusti facili”. Finisco il latte, rimuginando sulla saggezza di Laura. Già che ce l’ho in grembo vaccino Gatterpillar, che manco se ne accorge. Laura serve un piattino con dei biscotti con dei semini aromatici molto buoni. “Finocchio” – “Zenzero” – Non ce la farò mai, vero?” – “No. Ma va bene così, House. Non devi essere perfetto, ma la migliore versione di te stesso.

Laura è andata a farsi la doccia. George, sgombrando tavola, le è passato accanto e l’ha baciata. Lei gli ha sorriso. Sono belli entrambi, a parte George. “Ma voi non litigate mai?” – “Sempre. per esempio adesso è in corso una disputa sull’educazione di nostro figlio. Lei è sempre stata inflessibile, alle 23 deve andare a dormire. A meno che…” – “A meno che?” – “Non faccia i grattini sulla schiena alla mamma, nel qual caso può andare a letto un quarto d’or dopo.” – “E’ proprio Laura.” – “Secondo me ci sono gli estremi per sfruttamento del  lavoro minorile.” Mi fa ridere. Il mio amico avvocato con gli stivali di gomma. Innamorato ora come allora. “Da quanto sei sposato con Laura?” – “Da tanto. Ma mai troppo. Dovresti ricordartelo, House, hai passato tutto il banchetto di nozze a convincere i testimoni che è immorale fare sesso con la moglie. Dopotutto è una di famiglia, sarebbe un incesto.” Ridiamo. Ricordando quel giorno, quell’allegria.

Mi accompagnano alla porta, lui e Gatterpillar. All’ingresso un vaso delizioso con fiori accesi. Ci riprovo. “Primule” – “Surfinie” Mi abbraccia. Gatterpillar si insinua per l’ultima strusciata e rovescia i vaso. “Sai quel’è il segreto, House? Non prenderla troppo sul serio.” – “Mica facile.” Si sfila la fede nuziale e me la porge. “Leggi l’incisione. Quella di Laura è identica. E non ti dico a convincere l’orafo a scriverla!” – “La solita data con la solita scritta da baci Perugina?” No. Nella fede nuziale di queste due splendide persone, da anni, da sempre in insopportabile armonia… una frase geniale.  NIENTE DI SERIO.

L’unica poesia che abbia mai veramente amato

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cœur
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure ;

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Non ho mai apprezzato Domenico Modugno. Tanti impazzivano per “Volare” o “Piange il telefono”; ma i brani commerciali mi hanno sempre respinto. Ma questa canzone non mi è esattamente piaciuta. Mi ha travolto. Un unico acuto capace di oscurare tutti gli altri. Infatti questa canzone non ha avuto il seguito delle altre. Cavallo Bianco. Il contrasto fra l’umanità del protagonista, giunto al momento supremo della sua vita, e la disumanità della guerra non è soltanto stridente, è violento.

M’hanno lasciato solo in mezzo al campo, vorrei gridare “aiuto sto morendo”
tra il rosso dei papaveri ed i grilli e la pietà festosa degli uccelli.

Ma d’improvviso appare un cavallo bianco è il mio delirio che mi fa sognare
io salto in sella e andiamo a galoppare laggiù dove mai più ritornerò.

Corri, cavallo mio, lungo i sentieri della mia nostalgia
corri, perché laggiù mi puoi portare solamente tu.

Guarda, lo vedi il mare lasciami lì vicino a quel casolare
guarda l’amore mio come è carina in questa fotografia

L’ho accarezzata troppo con le mie dita per questo adesso si è un po’ sgualcita
ma di presenza è più bella ancor.

Guarda il mio paese quelle casette bianche sulla collina
prendi quella stradina che porta proprio in fondo a casa mia.

Vedo mio padre che sta lavorando mia madre in casa che sta pregando
cucina e piange pensando a me.

M’hanno lasciato solo in mezzo in campo i miei compagni mi han dimenticato
il mio cavallo bianco se n’è andato, è troppo stanco ormai per galoppare.

Il cielo intorno a me già sta girando ho gli occhi aperti ma non vedo più
mentre la bocca mia sta sorridendo ed il perché soltanto Iddio lo sa.

Tratto da un racconto inedito, pubblicato sul blogger.it, ma non sono riuscito a trovare il nome dell’autore

Grande e brutto come l’hangar di un aeroporto, il Paradiso Della Moda offriva, assieme a migliaia di articoli, riscaldamento d’inverno, aria condizionata d’estate, ristorante self-service a buon prezzo, sconti quasi sempre e, al cambio di stagione, prodotti “sottocosto”. Era uno di quei posti che proponeva sempre il peggio dell’utile e il meglio dell’inutile.

Un mio carissimo amico era un mago dei giochi di parole, ed io il suo complice

Tutti conosciamo, almeno di fama, i Caraibi.
Spiagge bianche, mare scintillante, pesci coloratissimi, coralli, ecc.
Ma pochi sanno che, sempre ai Caraibi, ci sono delle isole vulcaniche, con spiagge di sabbia nera, mare torbido, fondale piatto e sabbioso, pochi pesciolini grigi.
Come si chiama questo mare?
Il mare scialbo dei Caraibi Neri

E per chiudere in bellezza, due perle di un aspirante dirigente, profferite durante le prove di installazione di macchinari presso un cliente americano.

I don’t know which fish to take (non so che pesci prendere)

What do two cows in a meadow? camp out (Cosa fanno due mucche in un prato? Bivaccano)

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