Chi vincerà?

Intelligenza umana contro intelligenza artificiale. E’ una specie di tema affidato ai partecipanti ad un concorso organizzato da una certa associazione no-profit. Sembra un titolo da tema per liceali, ma mi sono dilettato a svolgerlo ugualmente, pur non partecipando a detto concorso. La mia lunga esperienza nel campo dell’informatica mi ha invogliato a dire la mia.

SVOLGIMENTO   (risolino di fondo….)

Isaac Asimov, scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico, parlava di “sindrome di Frankestein” a proposito della scarsità di idee degli scrittori e degli sceneggiatori di fantascienza. Nella trama di buona parte delle opere di quel genere di quell’epoca, infatti, è protagonista una macchina che si ribella all’uomo. Da Frankestein, appunto, fino a 2001 Odissea nello spazio. Si tratta, appunto, di fantascienza; tuttavia l’idea che una macchina costruita dall’uomo possa ribellarsi, ovvero effettuare delle scelte autonome impreviste, ha finito per essere comunemente accettata, più o meno consciamente. Più in generale, è opinione diffusa che le macchine sostituiranno l’uomo non soltanto per i lavori noiosi e ripetitivi, ma tout-court, in toto. A parere dello scrivente, è… una sciocchezza; perlomeno finché si continua con l’attuale tecnologia legata alla logica binaria.

Illuminante, anche se un po’ spettacolarizzato, un episodio a margine del film Rain Man, dove vediamo il personaggio interpretato da Dustin Hoffman alle prese con lo ‘strizzacervelli’. Il fratello ‘normale’ si entusiasma quando scopre che il fratello autistico sa effettuare a mente, e in una frazione di secondo, divisioni di numeri di otto cifre per numeri di cinque cifre, snocciolando il risultato fino al quarto decimale. E si deprime quando invece lo stesso naufraga miseramente davanti ad una banale domanda di logica elementare. Paradossalmente, questa è la differenza che c’è fra l’uomo e una macchina, ad oggi.

L’antesignana dei moderni computer è la macchina di Babbage, ideata nel XIX secolo. Dal punto di vista ingegneristico, o dell’hardware se preferiamo il gergo informatico, i moderni elaboratori funzionano ancora così. Dagli albori della civiltà tecnologica e dei grandi progressi scientifici, sino ad oggi, i computer sono diventati più veloci, più potenti, più capaci, più interconnessi, ma alla base di tutto ci sono ancora gli stessi bit e la stessa, semplicissima, logica binaria. Sappiamo che la struttura del nostro cervello, invece, è estremamente più complessa, al punto che non sappiamo neppure quanto.  E’ il software che permette alle macchine di sembrare a prima vista intelligenti, grazie a macchine più potenti che permettono lo sviluppo di programmi più sofisticati. Il tempo di un clic è sufficiente per sapere quali e quante fatture ci sono ancora da pagare, o quanta propulsione ci vuole per mandare in orbita un satellite, o chi era il batterista dei Pink Floyd. Ma è la stessa falsa impressione che suscita Raymond, il fratello autistico impersonato da Dustin Hoffman. La logica umana è evidentemente un’altra cosa.

In particolare, negli anni ottanta, si è parlato di intelligenza artificiale. Sono state istituite cattedre nelle università, anche le più prestigiose. Attualmente ci sono prototipi di robot antropomorfi che scimmiottano il comportamento umano, ma fa sorridere l’affermazione ‘sembrano umani’, perché non hanno coscienza di sé, cioè non sanno quello che fanno. Ben lungi dall’avere pensieri astratti, provare sentimenti ed emozioni. I risultati maggiori, per le applicazioni civili, si limitano a macchine che imparano da sole. Ma cosa imparano? A riconoscere oggetti in mezzo ad altri oggetti. Non si tratta d’altro che di una piccola evoluzione rispetto ad una macchina costruita nei primi anni settanta (a Genova peraltro) che sapeva riconoscere gli indirizzi stampati sulle buste affidate al servizio postale. Preoccupanti invece le applicazioni militari: esistono mini-droni in grado di riconoscere volti e ucciderne il proprietario. Le applicazioni militari sono la molla dello sviluppo tecnologico, ed anche l’aspetto più deteriore.

Restando nelle applicazioni civili, è necessario tenere presente che sono gli uomini a costruire le macchine, (quale banale ovvietà…) e che essi non lo fanno per chissà quali idee utopistiche, ma per migliorare la qualità costruttiva, e più ancora per pagare meno stipendi e avere meno grane rivendicative. Nessuna novità, quindi: è così da quando i primi movimenti sindacali diedero inconsapevolmente, e quindi indirettamente, una grande spinta all’automazione industriale, e in generale allo sviluppo tecnologico. Per avvicinare le prestazioni di una macchina a quelle di un cervello umano bisognerebbe quindi iniziare a lavorare con questa idea e con questo scopo, senza l’assillo di dover ottenere a breve un ritorno economico.

E per avvicinare le prestazioni di una macchina a quelle del nostro encefalo bisognerebbe, ancora e soprattutto, conoscerne a fondo la struttura e il funzionamento. Sembra un’altra ovvietà, ma sta di fatto che in questo campo scientifico siamo ancora tanto, ma proprio tanto indietro. E’ da decenni che ogni scoperta scientifica non fa’ che farci scoprire quanto in realtà siamo ignoranti. Cito Alessio Giordana, il quale propone una similitudine che rende bene l’idea: “Abbiamo appena mappato il genoma, abbiamo la piantina di Milano. Tutto sta a capire, casa per casa, chi ci abita, poi stabilire legami di parentela, amicizia, odio e poi… forse… potremo parlare di medicina.“. Ritengo che attualmente, fra il cervello umano e il computer, ci sia un abisso tale da rendere illecito fare paragoni.

Alla fine, chi vincerà? A parere di chi scrive, questa competizione non è ancora nemmeno iniziata. E aggiungo: và benissimo così. Non oso immaginare un mondo popolato da macchine perfettamente antropomorfe:  quanto impiegherebbero uomini potenti e senza scrupoli a usarle nel modo più truce e criminoso? Isaac Asimov, nei suoi romanzi, popolava la galassia di macchine ideate da scienziati coscienziosi e preoccupati di questo aspetto, per cui tutti i robot erano costruiti con una incancellabile impronta filantropica. Fantascienza, appunto.

Un’ultima considerazione a margine: lo sviluppo tecnologico, per sua stessa natura, necessita oggi più che mai di un ambiente sociale favorevole, ovvero di una società aperta che permetta a tutti i cittadini di accedere all’istruzione in modo che tutte le migliori menti possano fornire il proprio ottimale contributo. Se vogliamo proseguire sulla strada del progresso scientifico, sarà quindi necessario che le Democrazie occidentali, non per caso culla della moderna tecnologia, sappiano difendersi dai propri nemici, interni ed esterni. Su tale prospettiva si può essere ottimisti, ma anche pessimisti.