La mia storia personale

Quello che sto per raccontare non ha attinenza con la passione per la moto. Ho pensato di condividerla per un motivo che spiegherò alla fine della narrazione.

La mia vita è cambiata radicalmente nel 2016. Il primo cambiamento si è verificato proprio il primo gennaio: ho smesso di lavorare. Il motivo: stress e avvisaglie di quello che mi è capitato poi il successivo 20 aprile, anche se non sembravano allarmanti.

20 aprile 2016. Partiamo da Genova, io e mia moglie Elisabetta, alla volta di Roma. Il programma prevede di dormirvi due notti, e nella giornata del 21 visitare i tanto agognati Musei Vaticani. Viaggiamo in treno, arriviamo al B&B, molliamo i bagagli e per pranzo ci facciamo una insalata. Da questo momento i miei ricordi di quel giorno affondano nel nulla; quello che so me lo ha raccontato Elisabetta e… i referti medici. Giriamo a piedi per un’oretta, e quando siamo in Via del Corso, all’altezza circa di Montecitorio, dico: “Cosa mi sta succe…”. Cado. Elisabetta mi trattiene per attutire la caduta. Divento immediatamente nero e rilascio l’urina in vescica. Una passante chiama il 118. Un’altra passante, con forte accento americano mi tasta il polso e sentenzia che non c’è battito. Si fa’ avanti un ragazzo che prova la procedura di rianimazione, ma tentenna un po’. Ma subito dopo si fa’ avanti un signore di mezza età che invece è deciso e sa come si fa’. Non saprò più niente di lui, nemmeno come si chiama. Nel racconto lo chiamerò Angelo, se non altro per il ruolo che ha avuto. Inizia a praticarmi il massaggio cardiaco e spiega a Elisabetta come farmi la respirazione forzata. Tappare il naso, aprire la bocca, controllare che non mi stia ingoiando la lingua, e soffiare. La signora in linea col 118 comunica l’evolversi della situazione. Mentre avviene questo primo soccorso, si è radunata una piccola folla di curiosi, manco a dirlo; e tra loro un tizio sentenzia: Ma cosa vi state a dannare, non vedete che è andato? Angelo lo apostrofa adeguatamente e lo manda … da qualche parte.
A questo punto della narrazione devo spiegare un dettaglio tecnico, la fibrillazione. Si chiama “fibrillazione ventricolare” perché non è tutto il cuore a battere ma solo una parte di esso. E’ come se l’organismo percepisse l’emergenza e cercasse di compensare il mancato funzionamento di una parte del cuore pompando ad altissimo ritmo con la sola parte funzionante. Ma se il massaggio manuale riesce a farti passare dall’arresto alla fibrillazione, una speranza c’è.
Arriva l’ambulanza. La prima cosa che fanno è iniettarmi adrenalina in vena. Quindi mi scoprono il torace e applicano gli elettrodi del defibrillatore, che è dell’ultimo tipo, cioè ‘parlante’. Se fossi ancora in arresto sentenzierebbe che si deve ancora massaggiare. E invece sente che sono in fibrillazione. Può stupire, ma la scossa del defibrillatore serve a fermare il cuore, non per niente si chiama “defibrillatore”. Si ferma il cuore con l’aspettativa che  l’organismo, grazie anche all’adrenalina e all’attività nervosa minima indotta dalla fibrillazione, dia al cuore l’impulso per ripartire regolarmente.
Libera! Scossa. Niente, di nuovo in arresto.
Ancora massaggio e respirazione forzata. Ancora fibrillazione.
Libera! Scossa. Ritmo sinusale, respirazione spontanea. (!)
Vai con la maschera ad ossigeno e la barella, mentre i Carabinieri che stavano presidiando quel punto della città, bloccano il traffico e disperdono la folla di curiosi. Vengo caricato in ambulanza e Angelo chiede ai soccorritori del 118 di caricare anche Elisabetta, dato che siamo ‘foresti’. Ok, salga davanti. Partiamo a tutta birra con sirena e clacson. Azzardo un’ipotesi tutta mia del perché ‘anche il clacson’ : si vede che a Roma la sirena è un po’ inflazionata, forse anche usata da qualcuno in modo furbetto; il clacson quindi servirebbe a dire: “no, guardate, stavolta ho a bordo un caso veramente serio”.
Tra curve su due ruote e contromano da brividi arriviamo al Santo Spirito, che si rivelerà il posto migliore dove potevo capitare. Ci sono già due cardiologi ad aspettarmi.
Cinque giorni di coma indotto, per non affaticare il cuore, poi il risveglio. Quando torno in me c’è mia figlia accanto al letto. Alzo il lenzuolo, vedo una selva di tubi, tubicini ed elettrodi. “Sono messo male… ho avuto un incidente in moto? E la mamma?”
“Papà – mi risponde – hai avuto un infarto!”
La mia memoria riparte esattamente da quest’ultima frase. Danni cerebrali, pare zero; certe mattane le avevo anche prima. Fondamentale è stato il primo soccorso, oltre all’arrivo in pochi minuti dell’ambulanza. Poi una ventina di giorni in una clinica appositamente attrezzata (Villa Betania) per la fisioterapia e la riabilitazione; e finalmente il ritorno a casa.
Vi ho tediato con questi dettagli tecnici anche per un altro motivo: per un po’ di tempo ho fatto anche io il soccorritore sulle ambulanze, qua a Genova. Poi ho smesso perché non sono adatto, questione di carattere e di controllo dell’emotività; ma è un altro discorso. Comunque il corso teorico l’ho fatto e un paio di volte mi è successo di tentare una rianimazione come quella descritta sopra.

Un uomo, un passante. Il signor “Angelo” di questo racconto passava di lì magari per caso. E il suo intervento è stato fondamentale. Ecco, lo scopo di questo racconto è esattamente questo: conoscere la procedura di rianimazione potrebbe salvare una vita o evitare danni gravi a chi subisce un infarto. Dovrebbero insegnarlo nelle scuole. Nelle Pubbliche Assistenze tengono gratuitamente questi corsi. L’invito che rivolgo a chi mi legge quindi è: fateci un pensierino, non è più complicato di come l’ho raccontato. Potrebbe capitarvi la necessità di soccorrere uno sconosciuto, ma anche una persona cara.

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